Controlli sui dipendenti con legge 104: quando è legittimo l’uso di controlli approfonditi da parte del datore di lavoro?
La recente sentenza emessa dal Tribunale di Venezia il 17 giugno 2025 ha fatto luce sui limiti e sulle condizioni in cui un datore di lavoro può incaricare investigatori privati per pedinare un dipendente che usufruisce dei permessi previsti dalla legge 104/1992. Il pronunciamento ribadisce in modo netto che tali controlli sono legittimi soltanto quando sussistano fondati e concreti sospetti di abuso nell’utilizzo dei permessi, altrimenti qualsiasi indagine risulta illegittima e le eventuali sanzioni disciplinari, compreso il licenziamento, devono essere annullate.
I permessi della legge 104: diritti e limiti all’uso
La legge 104/1992 è una normativa fondamentale che tutela i diritti dei lavoratori che assistono un familiare con disabilità grave. L’articolo 33 riconosce a questi lavoratori il diritto a tre giorni di permesso retribuito al mese per prestare assistenza, senza l’obbligo di rimanere fisicamente accanto al familiare per tutto il tempo. È infatti riconosciuto che l’assistenza comprende anche attività strumentali e collaterali, come la gestione di pratiche mediche o amministrative, la manutenzione dell’abitazione o la predisposizione di strumenti di sostegno.
Tuttavia, negli anni alcune aziende hanno manifestato il timore di abusi, ossia dipendenti che utilizzano i permessi per scopi personali o ricreativi anziché per assistere il familiare disabile. In questo contesto, la giurisprudenza ha ammesso la possibilità di effettuare controlli difensivi, ma esclusivamente a fronte di sospetti concreti e documentati di illecito utilizzo.

Quando sono leciti i controlli sui lavoratori con legge 104? – aerobus-bo.it
Il caso affrontato dal Tribunale di Venezia riguarda un lavoratore con oltre quindici anni di anzianità e nessun precedente disciplinare, licenziato dall’azienda dopo che questa aveva incaricato investigatori privati di pedinarlo e installato un localizzatore GPS sulla sua auto. L’azienda aveva ravvisato un presunto abuso nell’utilizzo dei permessi della legge 104, ma l’indagine ha dimostrato che il lavoratore, durante il periodo di permesso, stava effettuando lavori di messa in sicurezza dell’abitazione della madre, vittima in passato di furti. Tale attività è stata riconosciuta dal Tribunale come parte legittima dell’assistenza prevista dalla legge.
Il Tribunale ha quindi annullato il licenziamento, ordinando la reintegrazione del dipendente e condannando l’azienda a corrispondere un risarcimento fino a dodici mensilità. La sentenza sottolinea che il pedinamento e le indagini private devono essere strumenti di ultima istanza e non possono essere disposti in via preventiva o esplorativa senza elementi concreti che dimostrino un uso scorretto dei permessi.
Le condizioni imprescindibili per un controllo legittimo
Secondo la pronuncia del Tribunale di Venezia e la consolidata giurisprudenza, il datore di lavoro può ricorrere a indagini tramite agenzie investigative solo se si verificano precise condizioni:
- Esistono fondati sospetti documentati di illecito specifico;
- Sono presenti riscontri oggettivi su comportamenti anomali o ingiustificati;
- L’indagine è proporzionata, mirata e rispetta il bilanciamento tra la tutela del patrimonio aziendale e la dignità del lavoratore;
- Viene garantito il rispetto delle normative sulla privacy, in particolare l’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e il Regolamento UE GDPR.
In assenza di questi requisiti, le prove raccolte (foto, video, tracciamenti GPS) sono inutilizzabili in giudizio e il licenziamento basato su tali elementi è da considerarsi nullo.
Le aziende che effettuano controlli invasivi senza fondati sospetti si espongono a pesanti sanzioni. Oltre all’annullamento del licenziamento e alla reintegrazione del lavoratore, possono essere condannate al pagamento di risarcimenti fino a dodici mensilità, al rimborso delle spese legali e alla dichiarazione di inutilizzabilità di tutte le prove raccolte.
Inoltre, se le indagini implicano violazioni della normativa sulla privacy – come l’uso non autorizzato di GPS o telecamere nascoste – il datore rischia anche sanzioni amministrative da parte del Garante per la protezione dei dati personali.
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