La recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale in materia di pensione di reversibilità.
La recente sentenza della Corte di Cassazione, la numero 33054 del 2025, ha ribadito un principio fondamentale in materia di pensione di reversibilità: la revoca del beneficio da parte dell’Inps è illegittima se non preceduta da una sospensione effettiva dell’erogazione. Questo pronunciamento rappresenta un importante passo avanti nella tutela dei pensionati, soprattutto in tema di obblighi comunicativi e procedimenti sanzionatori.
La sospensione come passaggio imprescindibile prima della revoca
La Corte di Cassazione ha stabilito che l’Inps non può revocare la pensione di reversibilità senza aver prima sospeso concretamente il pagamento. La sospensione non deve essere soltanto annunciata tramite comunicazioni o avvisi, ma deve tradursi in un blocco reale dell’erogazione delle somme, al fine di far percepire al beneficiario il rischio imminente di perdita del diritto.

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Questo passaggio, definito come “sollecitazione ultima”, ha una funzione preventiva e formativa: invita il pensionato a regolarizzare la propria posizione, ad esempio trasmettendo il modello RED con la dichiarazione dei redditi, prima che la revoca venga formalizzata. La sospensione, infatti, non è una semplice formalità burocratica ma un vero e proprio atto dispositivo che impone all’ente di bloccare temporaneamente i pagamenti.
L’iter corretto, secondo la Cassazione, si articola quindi in più fasi:
- il pensionato deve comunicare i redditi all’Inps;
- in caso di mancata comunicazione, l’ente deve sospendere temporaneamente l’erogazione;
- solo in caso di persistenza dell’inadempimento, dopo la sospensione, è possibile procedere con la revoca e il recupero delle somme indebitamente percepite.
La sentenza trae origine dal ricorso di una beneficiaria che si era vista revocare la pensione di reversibilità del coniuge deceduto a seguito della mancata comunicazione dei redditi richiesti dall’Inps. Mentre il Tribunale di primo grado aveva riconosciuto l’illegittimità della revoca senza sospensione effettiva, la Corte d’appello aveva dato ragione all’ente previdenziale, ritenendo sufficiente una semplice comunicazione scritta.
La Cassazione ha ribaltato questa decisione, sottolineando che la revoca senza sospensione reale viola i diritti del pensionato, poiché quest’ultimo non è stato messo in condizione di percepire concretamente il rischio di perdere il sostegno economico. La Corte ha evidenziato come la tutela del cosiddetto “contraente debole” imponga un rigoroso rispetto delle procedure, evitando che l’ente previdenziale agisca con scorciatoie amministrative.
La revoca della pensione di reversibilità, secondo la Cassazione, ha chiaramente una natura sanzionatoria. Pertanto, le norme che regolano la decadenza devono essere interpretate in modo restrittivo, a tutela del beneficiario. La sospensione costituisce un filtro necessario prima di applicare la sanzione definitiva.
Questo principio ha un impatto diretto sulle procedure di recupero crediti da parte dell’Inps. Se la revoca è stata effettuata senza una sospensione concreta, l’ente non può legittimamente richiedere indietro le somme erogate. Ciò rappresenta un importante strumento di difesa per numerosi pensionati che si vedono chiedere la restituzione di importi anche consistenti a distanza di anni.
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