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Nuova sentenza assurda: quando lo Stato può imporre le vaccinazioni (se no non puoi lavorare)

VaccinoNuova sentenza assurda: quando lo Stato può imporre le vaccinazioni (se no non puoi lavorare) - aerobus.bo.it

Obbligo vaccinale sul lavoro: la Consulta conferma la legittimità nella sentenza 199/2025

Con la sentenza n. 199 del 2025, la Corte Costituzionale ha messo un punto fermo su una delle questioni più delicate dell’era post-Covid: il rapporto tra libertà individuali e tutela della salute pubblica. La Consulta ha ritenuto legittime le norme che, durante la pandemia, hanno imposto l’obbligo vaccinale agli over 50 e il possesso del Green Pass per l’accesso ai luoghi di lavoro, chiarendo che il diritto al lavoro non è assoluto quando entra in conflitto con la sicurezza sanitaria collettiva. Il caso nasce dal ricorso di due dipendenti pubbliche siciliane sospese dallo stipendio per non aver rispettato tali obblighi. Ma la pronuncia ha valore generale e segna una linea netta: in emergenza, il lavoro si esercita solo se compatibile con la salute di tutti.

Perché l’obbligo vaccinale non viola la Costituzione secondo i giudici

Il cuore della sentenza sta nell’aver confermato la piena costituzionalità delle norme emergenziali. La Corte ha respinto tutte le eccezioni sollevate dal giudice del lavoro di Catania, che aveva messo in discussione il rispetto di articoli fondamentali come quelli sul diritto alla retribuzione, alla dignità, alla salute e all’eguaglianza. La posizione dei giudici è chiara: le misure adottate erano coerenti con le conoscenze scientifiche dell’epoca e giustificate dalle condizioni epidemiologiche gravi e in evoluzione.

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Perché l’obbligo vaccinale non viola la Costituzione secondo i giudici – aerobus.bo.it

Il target anagrafico degli over 50, individuato come più esposto a sviluppi gravi del virus, non è stato ritenuto una discriminazione, ma un criterio razionale e legittimo. E non è rilevante, sottolinea la Consulta, che le norme non distinguessero tra chi lavora in smart working e chi in presenza: la tutela si riferiva alla persona, non al tipo di mansione.

Anche l’obbligo di sottoporsi a tampone ogni 48 ore per ottenere il Green Pass base è stato valutato come non lesivo della dignità personale. I disagi legati al test non superano, secondo i giudici, l’interesse superiore a contenere il virus negli ambienti di lavoro. Nessuna violazione neppure dell’art. 32 della Costituzione: i vaccini erano ritenuti strumenti efficaci e sicuri, con eventi avversi classificati come rari, e quindi non tali da invalidare la legittimità dell’obbligo sanitario.

Niente stipendio, niente assegno alimentare: perché lo Stato non ha punito, ma regolato

Uno dei passaggi più controversi riguarda la sospensione dal lavoro e dallo stipendio per chi non rispettava gli obblighi. La Corte lo spiega chiaramente: non si tratta di una punizione, ma di una conseguenza diretta del mancato rispetto delle condizioni contrattuali. Chi rifiutava il vaccino o il Green Pass non era in grado di rendere la prestazione lavorativa in sicurezza, e quindi perdeva anche il diritto al corrispettivo economico. È una questione di principio di corrispettività, non di sanzione.

Non meno importante è la parte della sentenza che riguarda l’assegno alimentare, negato alle due lavoratrici. Secondo la Consulta, questo sostegno spetta solo a chi viene sospeso per motivi disciplinari o giudiziari decisi dal datore di lavoro. In questo caso, invece, la sospensione era il risultato di una scelta personale del dipendente, in aperta violazione di un obbligo di legge. E dunque, non è ragionevole – scrivono i giudici – imporre all’ente pubblico il costo di una decisione volontaria e consapevole.

Quello che la sentenza n. 199/2025 chiarisce è che in un contesto di emergenza sanitaria, fondato su evidenze scientifiche e limitato nel tempo, lo Stato può imporre obblighi anche incisivi. Il diritto al lavoro resta fondamentale, ma non assoluto. E quando il suo esercizio mette a rischio la salute collettiva, può essere subordinato a condizioni che garantiscano sicurezza e prevenzione.

Il verdetto della Corte non cambia la gerarchia dei diritti, ma invita a leggerli alla luce del contesto in cui si applicano. In una pandemia, la salute pubblica è un interesse primario. Tutto il resto, viene dopo.

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