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Agenzia delle Entrate, battere il redditometro è possibile: la sentenza che ribalta tutto

Il caso, che trae origine da un controllo su un contribuente con spese di lusso non coerenti con il reddito dichiarato, ha ribaltato alcuni principi consolidatiIl caso e la controversia sul redditometro

Una recente sentenza della Corte di Giustizia Tributaria della Campania ha aperto nuovi scenari sul tema del redditometro.

Il caso, che trae origine da un controllo su un contribuente con spese di lusso non coerenti con il reddito dichiarato, ha ribaltato alcuni principi consolidati, mettendo in luce l’importanza della prova rigorosa a carico del fisco e offrendo un’importante chiave di lettura per chi intende contestare un accertamento basato su presunzioni.

L’episodio giudiziario ha avuto origine da un controllo dell’Agenzia delle Entrate che, incrociando i dati relativi alla capacità di spesa effettiva, ha rilevato esborsi significativi non giustificati dal reddito dichiarato dal contribuente. Tra le spese contestate figuravano premi assicurativi elevati e acquisti di pezzi di ricambio per imbarcazioni, beni tipicamente associati a un tenore di vita elevato.

L’ufficio finanziario ha pertanto attivato la procedura di accertamento sintetico, ricalcolando un reddito complessivo di 267mila euro. Il contribuente, soccombente in primo grado, ha impugnato l’atto in appello sostenendo che quelle spese fossero state finanziate con somme non tassabili, in particolare la restituzione di un finanziamento da una società e i proventi derivanti dalla vendita di un’imbarcazione posseduta in precedenza.

La Corte di Giustizia Tributaria della Campania ha quindi esaminato se fosse possibile opporsi efficacemente a un accertamento basato sul redditometro dimostrando la natura non reddituale delle somme utilizzate per sostenere le spese.

Redditometro e onere della prova: l’interpretazione della Corte

Il fondamento normativo del redditometro si trova nell’articolo 38 del D.P.R. 600/1973, che consente all’amministrazione finanziaria di presumere, salvo prova contraria, che un contribuente disponga di un reddito congruo alle spese effettuate. Questa presunzione legale relativa si configura come uno strumento induttivo, che può essere superato solo se il contribuente dimostra che le risorse impiegate derivano da fonti esenti o non imponibili fiscalmente.

La Corte campana ha specificato che non è sufficiente fornire una generica dichiarazione riguardo alla disponibilità di fondi non tassabili: è indispensabile una prova rigorosa e documentale che certifichi la provenienza delle somme. In particolare, ha riconosciuto come valido un bonifico da un conto cointestato tra il contribuente e i fratelli, grazie al vincolo di parentela e alla tracciabilità del trasferimento, riducendo così il reddito accertato da 267mila a 217mila euro.

Al contrario, non ha accolto la tesi del rimborso di un prestito infruttifero da parte di una società di cui il contribuente era socio, a causa della mancanza di prova documentale del versamento originario del prestito alla società. Senza questa tracciabilità, il flusso di denaro di ritorno è stato considerato potenzialmente occultante una distribuzione di utili non dichiarati.

Analogamente, l’ipotesi che l’acquisto della nuova imbarcazione fosse stato finanziato dalla vendita della precedente è stata respinta, poiché il contribuente non ha prodotto evidenza né dell’incasso effettivo né del reimpiego delle somme per le spese contestate. La giurisprudenza ribadisce infatti che dimostrare la vendita di un bene non equivale a provare che quel denaro sia stato l’unica fonte per l’acquisto successivo.

Negli ultimi anni, l’Agenzia delle Entrate ha adottato una linea più aggressiva nella lotta all’evasione fiscale, sfruttando non solo gli accertamenti

Implicazioni per la lotta all’evasione e la strategia dell’Agenzia delle Entrate(www.aerobus.bo.it)

Negli ultimi anni, l’Agenzia delle Entrate ha adottato una linea più aggressiva nella lotta all’evasione fiscale, sfruttando non solo gli accertamenti tradizionali ma anche strumenti innovativi come il redditometro, basato sull’incrocio di dati patrimoniali e reddituali. Tuttavia, come emerge dalla sentenza della Corte campana, la strategia non può prescindere dal rispetto del principio di certezza del diritto e dall’onere probatorio gravante sull’amministrazione finanziaria, soprattutto quando si tratta di contestare spese di lusso o movimentazioni finanziarie complesse.

Secondo studi recenti, come quelli elaborati da Vincenzo Visco e dall’associazione Nens, la riduzione dell’evasione si può ottenere non solo aumentando il numero di accertamenti, ma soprattutto attraverso interventi legislativi e tecnologici mirati, capaci di rendere più difficile l’occultamento di redditi e più efficace il monitoraggio delle transazioni. Tra le misure proposte figurano l’estensione della fatturazione elettronica, l’adozione del meccanismo del reverse charge e l’introduzione di sistemi di tracciamento dei pagamenti elettronici, iniziative che potrebbero portare a un recupero di gettito stimato in decine di miliardi di euro entro pochi anni.

La sentenza n. 4554/18/2025 della Corte di Giustizia Tributaria della Campania si inserisce in questo contesto, sottolineando che la difesa del contribuente contro il redditometro deve poggiare su prove solide e documentate, mentre ogni movimento finanziario sospetto deve essere tracciabile e giustificato con atti aventi data certa. Questo principio costituisce un importante limite all’uso indiscriminato delle presunzioni fiscali e rafforza il ruolo della giustizia tributaria come garante dell’equilibrio tra esigenze di recupero fiscale e tutela dei diritti del contribuente.

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